Mandalay…intermezzo Birmano

Mandalay. Evoca nella nostra mente immagini di un’Asia antica, Kipling ne parla divinamente nel suo libro ” La strada per Mandalay”. Bene, scopriamo che Kipling ha scritto tutto senza esserci mai stato e che ora la si può definire, torrida, caotica e non bella. Sicuramente, peró, è un ottimo punto di partenza per noi viaggiatori mai occasionali, per vedere un pò di cose e assaporarne i dintorni.

Ci arriviamo alle 5 del mattino con il bus notturno proveniente da Nyaungshwe. Il “Boss Hotel” ci accoglie e ci da modo di riposare un pò .

Visitiamo la Mandalay reale, cioè il palazzo e la collina sovrastante e un paio di templi. Il Royal Palace è una cittadella fortificata, circondata da un grande fossato, situato proprio nel centro della città. Costruito dal re Mindon nel 1857, fu completamente abbattuto durante la seconda guerra mondiale, ora ricostruito fedelmente, di proprietà del governo e gestito dal Tatamadaw (l’esercito nazionale), che ne ha fatto un suo presidio. È strano, vedere tutti questi militari, armati e sorridenti, gli stessi che hanno tenuto in pugno 51 milioni di abitanti ( tantini eh?) con metodologie dittatoriali e repressioni continue fino a 3 anni fa.

Nella Kuthodaw pagoda vediamo il libro più grande del mondo composto di 730 lastre di marmo, contenute all’interno di stupa bianchi, incise da entrambi i lati con scritte delTheravada (il canone buddista birmano).

L’altro tempio è quello del Buddha Mahamuni, uno dei siti religiosi più importanti dello stato.

Nulla succede per caso, il caso non esiste, quindi, conosciamo Mr Takeiteasy, un ex tassista, ex monaco, ora di nuovo tassista, con cui trattiamo per fare un tour nei dintorni di Mandalay il giorno seguente. Il caldo ci assilla pesantemente e decidiamo di rientrare verso la base, l’indomani ci aspetta un bella giornata a 39/40 gradi….. Ah, tanto per la cronaca, iofede, ho la febbre, e nonostante i metodi olistici e l’assunzione dei fiori di Bach ( tachipirina e antibiotico), sto maluccio un bel pò, fortunatamente la mia compagna di viaggio mi sorregge con frasi incoraggianti tipo: “tè sì vecio” , ” 6 una pittima”, “moeaghea”, e il classico ” vai in m..a”. Rinfrancato da tutto ció mi sento già meglio!!!¡¡¡

Il nostro taxi-monaco ci aspetta e via, primo step Amarapura, penultima capitale del regno di Birmania, il suo nome significa “città dell’immortalità”, ormai un sobborgo di Mandalay. Vediamo il monastero buddista Maha Ganayon Kyaung, un’oasi meditativa, dove vediamo la questua dei monaci, poi un piccolo laboratorio di tessitura della seta e l’U-Bein Bridge, il ponte pedonale in legno di teak più lungo del mondo.

Attraversiamo il corso dell’enorme fiume Ayeyarwady, per vedere Sagaing, con il suo scintillio di stupa. Poi il nostro driver ci porta in un posto, secondo lui segreto, dove troviamo un piccolissimo monastero nascosto tra la vegetazione fatto completamente in legno di teak.

Poi viriamo verso Inwa, anche lei ex capitale. La raggiungiamo con una piccola barchetta e ci perdiamo tra le sue innumerevoli pagode e rovine. Rientriamo verso l’hotel, che il giorno dopo ci aspetta il bus diurno per Bagan.

3 parole: Ming-guh-la-ba (ciao), teak, A/C.

Libro : ” Il club dei venditori di sogni” di Indro Pezzolla

O.S.T. : 3 roads di Xavier Rudd

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